In Ecuador, la settimana scorsa, si sono scampati per poco l’elezione di tale Noboa, grasso miliardario, il re delle banane (primario export del paese, insieme al petrolio), uomo più ricco del paese e ovviamente appoggiato da Washington. Tre volte si è presentato e tre volte non lo hanno voluto, anche se poi gli eletti al suo posto non è che fossero tanto meglio. Hanno scelto Rafael Correa, economista di sinistra, studi in Belgio, sembra un tipo ragionevole anche se qualche neocon non è d’accordo (vedi l’oggettivo punto di vista della destra USA qui).
In Madagascar in compenso stanno per rieleggere tale Marc Ravalomanana, detto il lattaio, la BBC lo defnisce charismatic dairy tycoon. Sembra che non avessero di meglio.
Povero paese, bellissimo e sfigato, dove contano le schede a lume di candela. Che il cielo gliela mandi buona.
In Venezuela (il pezzo è del 4/12, n.d.C. - nota di Cima) il candidato dell’opposizione sta incredibilmente tenendo testa al campione della democrazia castrista e petroliera Chavez. Rosales, così si chiama, non è miliardario, ma quelli che lo appoggiano in buona parte sì. Che facciamo, tifiamo per l’eternità di Chavez solo per fare dispetto a Bush o ammiriamo il coraggio di chi lo ha sfidato sperando che se vince rimetta in piedi la democrazia e non butti a mare i programmi sociali?
(In Venezuela niente candele, hanno il voto elettronico…)
La democrazia avanza, mentre da noi dopo quanti mesi, sette? stiamo a litigare sul conteggio delle schede.
Ci capisco sempre meno. Quello che mi preoccupa è che sempre di più vanno di moda i magnati presidenti o aspiranti tali.
Mi consola che qualche paese povero e saggio non li vota.
Hasta la Victoria, nonostante tutto.
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