
Le mie vecchie, care Timberland.
Non sono molto sensibile alle mode, però uno strappo, ogni tanto, me lo sono concesso. Specie se d’occasione.
Queste scarpe, per esempio, le comprai in un negozio che di solito vendeva scarpe ben meno care, dove la clientela tipo non cercava di certo le Timberland, che allora costavano davvero un botto. Dovette quindi abbassare notevolmente il prezzo e le feci mie.
Saranno passati oltre vent’anni, e da quel giorno mi accompagnano con ogni tempo: estate, inverno, con il sole e con la pioggia.
Le mie vecchie, care Timberland.
In vent’anni gli avrò cambiato solo una volta i lacci, che per farlo occorre un ferro tipo da calza, con in coda una sorta di foro filettato per infilare il laccio e successivamente trascinarlo per gli infidi e stretti cunicoli della scarpa. Ce l’hanno solo i calzolai à la page oppure i figli di papà che hanno acquistato il kit con il ferro, il panno in lana merino e il grasso di foca neonata.
Le mie vecchie, care Timberland.
Belle, morbide, quando le indossavo mi sentivo un fico pazzesco. Solo che gli altri non se ne accorgevano, mi trattavano come se non le avessi.
Le mie vecchie, care Timberland.
Sentirsi fighi, però, ha un costo. Come si dice: se bello vuoi apparire, un po’ devi soffrire.
E con le Timberland si soffre, ragazzi, lasciatevelo dire.Con questo modello, intendo, che per me sono le Timberland.
Esso è caldo d’estate e freddo d’inverno. E quando piove ti bagni, non ci sono cazzi o grasso di foca che tenga.
Però era fico. Ah, quant’era fico.
Le mie vecchie, care Timberland.
Continua…